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Privacy e sentenze: preoccupazioni per la trasparenza? PDF Stampa E-mail
Scritto da Bruno Capurso   
Venerdì 10 Ottobre 2014 19:55

 

PRIVACY E SENTENZE: PREOCCUPAZIONI PER LA TRASPARENZA?

Il 29 luglio di quest'anno, il Primo Presidente della Corte di cassazione, Giorgio Santacroce, aveva diramato una nota1 con la quale informava che, in concomitanza con l'inaugurazione del nuovo sito della corte di cassazione www.cortedicassazione.it , prendeva avvio un nuovo servizio denominato “Sentenze Web”. Mediante un motore di ricerca “innovativo e di facile utilizzo” si rendevano accessibili a “tutti i cittadini e non solo agli operatori della giustizia” le sentenze delLa Corte degli ultimi cinque anni, iniziando da quelle in materia civile alle quali sarebbero seguite quelle in materia penale. Santacroce chiariva che lo scopo dell'iniziativa era quello di attuare una “sempre maggiore diffusione della conoscenza della giurisprudenza all'interno del corpo sociale” nella convinzione di concorrere, così facendo, al “rafforzamento dei valori della stabilità e della certezza del diritto e, dunque, alla costruzione di una società migliore”.

A questo proposito, è di questi giorni la notizia, lanciata dal Corriere.it 2 per la firma di Lorenzo Salvia e ripresa da altri organi  di stampa, che lunedì 6 ottobre u.s. il Garante per la protezione dei dati, Antonello Soro, aveva inviato al Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione una lettera (al momento non ufficialmente ed interamente nota) con la quale gli esprimeva “preoccupazione in ordine al diritto alla protezione dei dati personali (spesso anche sensibili e giudiziari) degli interessati” aggiungendo che “potrebbe essere utile riflettere sull’opportunità di espungere dai provvedimenti i dati identificativi” (i virgolettati sono della fonte citata).

I primi commenti diffusi on line nelle ore immediatamente successive della notizia sembrano voler recepire la preoccupazione del Garante, paventando che così “si spiana la strada verso il buco della serratura” (così Lorenzo Salvia) oppure, evocando un “Grande fratello della Corte di cassazione”, sottolineando come il Garante si sia mosso “Prima che i motori di ricerca inizino a pescare questi dati sensibili mettendo migliaia di persone nel tritacarne della Rete” (così Raffaello Binelli su Ilgiornale.it3)

In verità, la possibilità generalizzata di accesso libero e gratuito alle sentenze della Corte è stata vista subito come una iniziatiava suscettibile di dar luogo a pettegolezzi mentre, con intento forse un po' più serio, andrebbe considerato che una sentenza della Corte di cassazione fa parte di vicende regolate espressamente dal diritto e che la questione, quindi, occorre sia trattata con una maggiore consapevolezza; ove anche se ne temesse lo scadimento nel pettegolezzo dei voyeurs della rete: anzi , in questo caso a maggior ragione.

Ora, esistono delle regole in materia di pubblicazione delle sentenze alle quali nessuno sembra aver fatto cenno nell'immediato, né sotto il profilo legislativo né come memoria di non lontane notorie prese di posizione ufficiali4.Proprio in materia di protezione dei dati, all'interno del cd. Codice della Privacy (dlgs 196/2003 e succ. modif.) l'art.52 contiene un principio fondamentale e due enunciazioni particolarmente signficative per il  nostro caso, in una delle quali potrebbe rinvenirsi, forse, un riferimento per tentare di contemperare i dversi  interessi in gioco.

Il principio fondamentale, enunciato nel comma 7, è che “è ammessa la diffusione con ogni forma del contenuto anche integrale di sentenze o di altri provvedimenti giurisdizionali” con alcuni limiti sopecificati nella parte precedente dell'articolo 52.

Questi limiti sono posti, sempre in ogni caso ed in via generale, a tutela dell'identità di “minori oppure delle parti dei procedimenti in materia di rapporti di famiglia e di stato delle persone”  le cui generalità insieme ad  "altri dati identificativi "o altri dati anche relativi a terzi” (dai quali possa desumersi anche indirettamente l'identità) debbono essere omessi da chiunque diffonde sentenze o altri provvedimenti giurisdizionali che li riguardano. Egualmente tutelate sono le “persone offese da atti di violenze sessuali” per le quali si richiama l'art.734-bis c.p. che vieta, con previsione di pena detentiva, la divulgazione di generalità ed immagini ma la permette con il consenso dell'interessato. Infine, ogni interessato in un procedimento si può tutelare direttamente chiedendo “per motivi legittimi” all'autorità giudiziaria procedente “prima che sia definito il relativo grado di giudizio”, che sia apposta a cura dell'ufficio giudiziario competente sulla sentenza o altri provvedimenti giurisdizionali che lo riguardano “un'annotazione volta a precludere” l'indicazione delle proprie “generalità ed altri dati identificativi” . Inoltre, la stessa annotazione può essere disposta “di ufficio” dall'autorità giudiziaria “a tutela dei diritti e della dignità degliinteressati”:

Come si può facilmente dedurre da tutto ciò, salvo alcuni particolari diritti concernenti i minori e la famiglia nonché lo stato delle persone, che sono tutelati in via assoluta, per il resto il legislatore si rimette alla volontà dei diretti interessati dando loro la possibilità di impedire di essere identificati. Perciò, di fronte a queste ben individuate scelte del legistatore, le preoccupazioni di possibili violazioni della riservatezza e le meno onorevoli allusioni alla possibilità di pettegolezzi on line, per stare ai commenti di stampa, non sembrano molto apprezzabili, tenendo anche conto della previsione dell'intervento “di ufficio “ dell'autorità giudiziaria, nei casi che possano giustificare la tutela pubblica della dignità o di particolari diritti degli interessati. Stando così le cose, soltanto un intervento del legislatore, che riveda l'art.52 dlgs. 196/2003, potrebbe modificare la disciplina in materia allo scopo di un contemperamento degli interessi pubblici, che hanno motivato il Primo Presidente della Corte di cassazione nella sua iniziativa, e le preoccupazioni che il Garente della protezione dei dati personali ha espresso a causa delle funzioni che gli sono affidate.

10 ottobre 2014 Bruno Capurso

3http://www.ilgiornale.it/news/politica/grande-fratello-cassazione-migliaia-sentenze-e-nomi-rete-1058300.html

4 Si ricorda una circolare del Primo Presidente della Corte del 2006, che in risposta ad una querelle del tempo, dava disposizione di cancellare solo alcuni nomi (minori, vittime di reati sessuali, chi lo avesse chiesto espressamente).

 
MEDIAZIONE TRIBUTARIA ALLA CORTE COSTITUZIONALE PDF Stampa E-mail
Scritto da Bruno Capurso   
Mercoledì 26 Febbraio 2014 15:50

 

IL 26 FEBBRAIO 2014 LA MEDIAZIONE TRIBUTARIA

ALLA CORTE COSTITUZIONALE : MA IN CAMERA DI CONSIGLIO

di Bruno Capurso

La legittimità costituzionale della mediazione tributaria è giunta al vaglio della Corte Costituzionale che ha fissato per il 26 febbraio c.a. la camera di consiglio nella quale esaminerà le questioni sollevate in via incidentale dalle Commissioni Tributarie Provinciali di Benevento, Campobasso, Perugia e Ravenna.

E' impugnato l'art. 17 bis del D.Lgs. n. 546 del 1992, come introdotto dall'art.39, c.9, del d.l. 6 luglio 2011, n. 98 convertito con l.15 luglio 2011, n. 111 (applicabile ai reclami notificati a decorrere dal 1° aprile 2012) in riferimento agli artt. 3, 24, 25, 111 e 113 Costituzione con motivazioni abbastanza simili.

Come risulta dal Ruolo delle cause consultabile sul sito della Corte1, la trattazione di sei ordinanze riunite è stata fissata in camera di consiglio e questa circostanza non depone per una decisione di merito poiché tale sede è destinata di norma alle pronunce di inammissibilità o manifesta infondatezza delle questioni sollevate o anche di restituzione degli atti per riesame in presenza di ius superveniens.

Nel nostro caso la più probabile delle decisioni è rappresentata dalla restituzione degli atti che è prevedibile in quanto il legislatore ha in trodotto di recente alcune modifiche all'art.17 bis citato ritoccando la disciplina della mediazione tributaria con l’articolo 1, comma 611, lett.a) della legge 27 dicembre 2013, n. 147. Tali modifiche, che entreranno in vigore il prossimo 2 marzo c.a., sono state emanate molto probabilmente proprio in considerazione delle osservazioni critiche che erano state rivolte da più parti all'istituto, così come disciplinato originariamente, e delle quali sono espressione le questioni di legittimità all'esame della Corte costituzionale. Quest'ultima, quindi, potrebbe perciò aver fissato la trattazione della causa in camera di consiglio nella ragionevole previsione di emettere una decisione che, allo stato, sarebbe limitata alla questione procedurale senza entrare nel merito.

Le questioni sottoposte al vaglio della Corte, tutte rivolte come già detto contro l'art. 17 bis citato, sollevano il sospetto di incostituzionalità con riguardo:

  1. alla previsione di inammissibilità del ricorso in mancanza di previo reclamo con proposta di mediazione (violazione artt. 3, 24 e 113 Cost.)

  2. alla esclusione della possibilità della tutela cautelare della sospensione dell'atto impugnato (violazione artt.24 e 25 Cost.)

  3. alla obbligatorietà della mediazione (violazione artt.3 e 24 Cost.)

  4. alla dilatazione dei tempi di durata del processo (violazione art.111 Cost.)

  5. alla limitazione dell'istituto alle sole controversie di valore non superiore ad € 20.000,00 (violazione art.3 Cost.)

  6. all'applicabilità della mediazione soltanto ai tributi imposti dalla Agenzia delle Entrate e non anche da altri Enti impositori (violazione art.3 Cost.);

  7. alla mancanza di terzietà del mediatore (violazione art.24 Cost.)

Si deve rilevare, però, che a seguito dello ius superveniens, costituito dal citato articolo 1, comma 611, lett.a) della legge 27 dicembre 2013, n. 147, sembrerebbero superate le due sole questioni concernenti, l'una, la sanzione dell'inammissibilità del ricorso in quanto è stata sostituita dalla improcedibilità con previsione del potere del giudice tributario di rinviare la trattazione del ricorso per consentire la mediazione (comma 2 aggiunto nell'art.17 bis citato) e, l'altra, l'esclusione dalla possibilità di richiedere la sospensione cautelare per mancato inizio del giudizio a causa della necessità di attendere lo svolgimento della procedura amministrativa della mediazione, in quanto viene introdotta la sospensione di diritto della riscossione e del pagamento delle somme dovute in base all'atto oggetto del reclamo (comma 9-bis aggiunto nell'art.17 bis citato).

In realtà, però, anche se gli altri interrogativi sopra elencati rimangono senza risposta perché non toccati dalle modifiche dell'art.17 bis citato, tuttavia non tutti si presentano come oggetto della necessaria attenzione della Corte, che potrebbe a ragione ometterne, allo stato, il vaglio di costituzionalità.

Infatti, circa l'obbligatorietà della mediazione, la Corte ha già avuto modo di esprimersi riconoscendone la sostanziale ammissibilità nel nostro ordinmento per la sua funzione positiva di deflazione della giustizia, anche alla luce di indicazioni di matrice europea (direttiva 2008/52/CE del Parlamento europeo e del Consiglio in data 21 maggio 2008, sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea in data 18 marzo 2010, Sezione quarta, pronunciata nelle cause riunite C-317/08, C-318/08, C-319/08, C-320/08) nella sentenza n.272/2012 a proposito della mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali. Ragione per la quale sembra prevedibile anche una pronuncia di manifesta infondatezza.

Quanto alle questioni concernenti la limitazione della mediazione sotto il duplice profilo del valore (non superiore a € 20.000,00) e dell'oggetto (soltanto tributi imposti dalla Agenzia delle Entrate) delle controversie la Corte potrebbe anche qui ritenere manifestamente infondate le eccezioni sollevate riconoscendo al legislatore una ragionevole discrezionalità di scelta.

Rimane l'ultima questione dell'elenco, cioè la mancanza di terzietà del soggetto che esercita la mediazione, dove è molto forte il sospetto di illegittimità costituzionale per violazione degli artt. 3 e 24 Cost. alla quale la Corte dovrebbe dare una risposta con una pronuncia che entri nel merito, a meno di non ritenerla questione non rilevante nel caso di specie o carente di motivazione a tale proposito.

Non sembra plausibile, comunque, che assuma la figura del mediatore un Ufficio dell'Amministrazione finanziaria che, qualunque sia la qualifica o la denominazione che gli viene data, rimane pur sempre organo dell'Amministrazione e, come tale, portatore di interessi in conflitto con la posizione del mediatore. Questo, infatti, è per definizione preposto alla ricerca di una soluzione tendenzialmente “mediana” tra la pretesa tributaria e quella del contribuente. Diversamente intendendo la questione, la portata dell'istituto della mediazione tributaria si ridurrebbe a quella di una mera procedura amministrativa preliminare all'intervento del giudice tributario non dissimile da altre forme di pratiche anch'esse destinate a deflazionare la giustizia tributaria ma senza pretendere di costituire una mediazione né di voler apparire tale.A meno che non si voglia risolvere tutto in una questione nominalistica ma, se così fosse, non si capirebbe perché scomodare l'istituto della mediazione che ha un significato ed una portata giuridica ben precisa. Ciò, anche in considerazione del fatto che l'art.17 bis citato esclude espressamente, nel caso di reclamo con proposta di mediazione, la conciliazione giudiziale di cui all'art.48 del Dlgs. 546/1992.

Dunque, nel caso molto probabile che la Corte costituzionale decida, allo stato, senza entrare nel merito, come induce a ritenere la circostanza che la trattazione della causa è fissata in camera di consiglio, bisogna auspicare che il giudice tributario sollevi nuovamente la questione specifica della mancanza di terzietà nell'istituto della mediazione tributaria così come è rimasta disciplinata anche dopo lo ius superveniens della modifiche alla sua disciplina.

In realtà, esiste un'altra ordinanza di promovimento della questione di legittimità costituzionale dell'art.17 bis citato, emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Ascoli Piceno, che è pendente dinanzi alla Corte ma non è ancora stata messa a ruolo probabilmente perché più recente delle altre in argomento, essendo stata pubblicata sullal Gazzetta Ufficiale soltanto il 22 gennaio di quest'anno. Tuttavia, non sembra che essa possa essere utilmente considerata ai fini dell'auspicio ora espresso perché da parte di quella Commissione non è stata sollevata la questione specifica della manzanza di terzietà nella mediazione tributaria.

Bruno Capurso - 26 febbraio 2014

1 - http://www.cortecostituzionale.it/actionCalendarioLavori.do

 
UN CHIARIMENTO SULLA CLASS ACTION PDF Stampa E-mail
Scritto da Bruno Capurso   
Mercoledì 27 Febbraio 2013 18:04

IL CUMULO DI RICORSI PER LITISCONSORZIO FACOLTATIVO NON EQUIVALE AD UNA CLASS ACTION

La recentissima sentenza della Corte di cassazione n.4490 del 22 febbraio 2013 ha fatto gridare sul web all’apertura della suprema corte ad una class action “fiscale” contro Equitalia ma, in realtà, tanto entusiasmo non è giustificato né dalle parole della sentenza né dal caso giudiziario deciso.

La questione riguarda tre contribuenti che avevano proposto un unico ricorso “cumulativamente e collettivamente avverso separati atti impositivi emessi a carico di distinti proprietari di immobili aventi diverse caratteristiche”, dichiarato inammissibile da entrambe le Commissioni tributarie del merito che avevano ritenuto inapplicabile al caso l’art.103 Cod. Proc. Civ. sia per il rilievo generale che “nel processo tributario non viene espressamente disciplinato né il ricorso cumulativo né quello collettivo” sia perché, in particolare, non ricorrerebbe il caso disciplinato dall’art.29  d.lgs.546/92, sul potere del presidente di sezione di riunire più ricorsi in quanto limitato all’ipotesi, diversa da quella in esame, in cui “un soggetto propone un solo ricorso avverso più avvisi di accertamento relativi a più annualità o più imposte relative allo stesso periodo oppure quando più soggetti impugnino lo stesso atto””.

La suprema Corte ha, invece, ritenuto ammissibile l’azione così come proposta unitariamente ed ha accolto il ricorso con rinvio, ritenendo che il panorama normativo come configurato dal d.lgs.546/92, particolarmente in ragione del rinvio al codice di procedura civile del suo art.1, comma 2, consente di affermare (come già C.cass. sent. n.10578/2010) l’applicabilità al processo tributario sia dell’art.103 Cod. Proc. Civ. secondo il quale “più parti possono agire o esere convenute in giudizio nello stesso processo, quando, tra le cause che si propongono esiste connessione per l’oggetto o per il titolo dal quale dipendono oppure quando la decisione dipende, totalmente o parzialmente, dalla risolzione di dentiche questioni” sia dell’art.104 stesso codice che prevede la possibilità di proporre nel medesimo processo contro una stessa partedi una pluralità di domande “anche non altrimenti connesse”.

Stando così le cose, non si può fare nessun paragone con la class action così come disciplinata dal d.lgs. 206/2005 come modif. Dalla L.244/2007 commi 445-449, che è configurata come azione proposta da una sola parte (un’associazione consumatori) di per sé rappresentativa di interessi collettivi.

Questa azione, infatti, si differenzia dall’azione proposta nella causa decisa dalla Corte di casazione, anche se nella sentenza in argomento si dice che è stata proposta “cumulativamente o collettivamente”, perché qui le parti interessate partecipano direttamente al processo e agiscono per far valere un diritto proprio in nome proprio, nel rispetto del principio stabilito nell’art.81 Cod. Proc. Civ. secondo il quale “nessuno può far valere nel processo in nome proprio un diritto altrui” e, di conseguenza, gli effetti della decisione ricadono soltanto su chi ha partecipato al processo.

Nella class action, invece, un unico soggetto fa valere nel processo in nome proprio un diritto altrui, cioè di altri soggetti appartenenti ad una medesima categoria generale ad es. di consumatori, con conseguenze che ricadono su questi ultimi anche se non hanno partecipato al processo. La possibilità che gli effetti della sentenza emessa a seguito di una class action ricadano anche su chi non è stato parte del processo, è resa possibile da una espressa previsione legislativa in base al medesimo principio, prima riportato nella parte di senso contrario, in quanto l’art.81 Cod. Proc. Civ. letto compiutamente stabillisce che “Fuori dei casi espressamente previsti dalla legge, nessuno può far valere nel processo in nome proprio un diritto altrui”.

D’altra parte, se così non fosse si sarebbe potuto parlare di class action anche sulla base del solo codice di procedura civile. Come evidentemente non è.

Bruno Capurso (27 febbraio 2013)

 

 
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